Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

A come artisti

SENZA NOME

gruppo rock. Intervista

Intervistiamo Stefano Onorati di Marino, tastierista dei Senza Nome. Il gruppo rock dei Castelli Romani, con il primo album, completamente autoprodotto, è riuscito ad ottenere decine di ottime recensioni, sia in Italia che all'estero. Il loro disco d'esordio ha ottenuto due nomination ai Prog Awards 2008, i Grammy del rock progressivo.

Come è iniziata l'avventura dei "Senza Nome"?
Emanuele De Marzi ed io siamo stati compagni di scuola fin dall'asilo. Abbiamo iniziato a suonare insieme all'inizio delle scuole superiori, per me il liceo scientifico, lui invece all'istituto d'arte. All'epoca non avevamo ancora le idee molto chiare. La volontà di formare un gruppo con altri amici è nata sei anni fa, quando abbiamo deciso di iniziare a scrivere musica originale, cercando di orientare lo stile verso quelli che erano i nostri interessi. Da qui nasce l'idea di fondere rock sinfonico e filosofia. Decidemmo di chiamarci Senza Nome perché qualsiasi appellativo ci risultava banale e perché non volevamo rischiare che con il passare del tempo potesse diventare un ostacolo alla nostra libertà creativa.

Parlaci del vostro CD, della gestazione e dei contenuti, della copertina...
Il nostro disco contiene nove composizioni ed è uno zibaldone musicale, con brani di durata e contenuti eterogenei, che attraversano l'incoerenza dell'uomo e dei suoi alterni stati d'animo. La stragrande maggioranza della musica leggera italiana è incentrata sul tema dell'amore. Ma la vita di ciascuno di noi ha migliaia di sfaccettature; per onestà credo sia giusto che si parli anche d'altro. La copertina è stato un successone al di sopra di ogni aspettativa ed è stata considerata dalla critica legata al progressive rock come una delle più belle copertine dell'anno. Ha perfino ricevuto la nomination ai Prog Awards insieme a quella del disco dei Marillion. Rappresenta una mano che sorregge una barchetta di carta. L'idea, in riferimento al brano Ulisse, era di realizzare un'allegoria della fragilità dell'uomo di fronte all'oceano della conoscenza. La mano che la sorregge può rappresentare la ragione o la fede, il libero arbitrio o il destino. Credo che la forza di quell'immagine stia nel fatto che ciascuno è libero di leggerla secondo il proprio punto di vista.

Come è nato il brano Ulisse?
Ulisse è un brano acustico dal gusto malinconico. Ho preso in prestito l'eroe omerico per parlare di come sia necessario talvolta soffrire per affrontare un cammino di conoscenza. Il riferimento a Dante era troppo forte per non renderlo esplicito. Il discorso che fa fare ad Ulisse è la pagina della letteratura italiana in cui la parola trova probabilmente il suo punto più alto. Ma mettere in musica le parole del ventiseiesimo canto, trattandole come se fossero un qualunque mio testo, sarebbe stato a dir poco presuntuoso. Abbiamo preferito lasciarle recitare dalla voce di Fabrizio Rinaldi.

Da dove nasce la scelta di cantare in lingua italiana?
Innanzitutto la scelta di cantare in italiano è dovuta al fatto che non riusciremmo a comunicare con la stessa sensibilità al nostro pubblico in una lingua che non è la loro, oltre che la nostra. Ormai parliamo tutti un po' di inglese, ma un conto è l'inglese standard per la comunicazione primaria, un altro è quando la lingua viene utilizzata per qualcosa che si avvicina più alla poesia, in cui le sfumature di significato sono molto rilevanti. Ci aggiungo anche una mia convinzione personale. Penso sia innegabile che il gusto della melodia e l'attenzione verso la lirica gli Italiani ce l'abbiano marchiati a fuoco nel dna. In Italia non si può fare musica prescindendo dalla tradizione della canzone d'autore. E non penso solo a Tenco, a De André o a Guccini, ma anche a Verdi o a Petrarca che in un certo senso sono i genitori di tutte le canzoni popolari.

Il tuo percorso "didattico" è molto coinvolgente: si può essere musicisti capovolgendo il metodo classico di studi?
In effetti io sono un caso un po' anomalo. A casa dei miei nonni c'è sempre stato un pianoforte e fin da piccolissimo ero attratto dai suoi tasti: come qualunque bambino lasciato solo davanti a un pianoforte, producevo dei suoni mostruosi. Giocavo a passeggiarci sopra con le dita, sognando che la distesa di tasti bianchi si trasformasse in una strada. Non so dire di preciso quando, ma ad un certo punto della mia infanzia i miei esperimenti cacofonici hanno lentamente iniziato a trasformarsi in qualcosa di più musicale. Ho iniziato a riprodurre alcune melodie e nel tempo a scoprire empiricamente le leggi dell'armonia. Quando i miei genitori decisero di farmi prendere lezioni di pianoforte avevo undici anni, ma durò poco. Sviluppai quasi immediatamente un forte senso di repulsione per la lettura degli spartiti che mi sono portato dietro per anni. Mi sentivo imbrigliato. Quei fogli di carta ostacolavano il mio rapporto con il pianoforte. E continuai a suonare per conto mio, sviluppando moltissimo l'orecchio, l'armonia e la memoria musicale, qualità che in genere i pianisti acquisiscono parecchi anni dopo aver imparato a leggere. Io invece ho fatto l'opposto: ho iniziato a leggere solo molto più tardi, quando non ho potuto più farne a meno. E ho faticato moltissimo, sono stato costretto a ripartire da zero, a dover suonare dei brani per bambini pur essendo tecnicamente in grado di suonare cose più stimolanti. Confesso che tuttora mi sento molto più a mio agio quando suono senza un pentagramma davanti ad osservarmi.

Ho letto che appena avete cominciato avete privilegiato l'attività live...
Il disco che abbiamo pubblicato l'anno scorso è il frutto di un lungo percorso fatto di idee, stesure, scarti, concerti... In questi sei anni abbiamo aggiustato il tiro tante volte, modificando continuamente i nostri arrangiamenti, scrivendo nuovi brani e abbandonandone altri. Non sarebbe mai nato questo disco senza l'esperienza acquisita dal vivo in più di cento concerti. All'inizio abbiamo suonato ovunque ci fosse una presa di corrente, e non nascondo che troppo spesso ci siamo imbattuti in situazioni deludenti, ma anche questo serve a farsi le ossa. Troppo spesso chi organizza i concerti coinvolgendo dei gruppi musicali giovani non si rende conto del lavoro che c'è alle spalle.

Siete una giovane band dei Castelli Romani. Quanto vi ha aiutato il territorio dove siete nati?
Non molto per la verità. Fatta esclusione di amici e parenti, abbiamo venduto più dischi in Giappone che nei Castelli Romani. Ma d'altra parte, se non ci è riuscito Nostro Signore ad essere profeta in patria, non vedo perché dovremmo riuscirci noi!

Due componenti del tuo gruppo fanno parte della Roma Electric Orchestra di Vittorio Nocenzi: un'orchestra sinfonica di 50 elementi: parlaci di questa esperienza.
L'idea di Vittorio Nocenzi è stata quella di costituire un'orchestra giovanile, che avesse la stessa struttura e lo stesso rigore delle orchestre classiche ma che suonasse con degli strumenti di oggi. Immaginate un'orchestra sinfonica che al posto degli archi suona con otto chitarre elettriche contemporaneamente, cinque sintetizzatori, oltre alla sezione ritmica, ai fiati e al coro polifonico. È stato scelto un repertorio a metà strada fra la musica classica e il rock sinfonico, in particolare è stata realizzata una rispettosa revisione del Requiem in re minore di Mozart e di Tubular Bells di Mike Oldfield, la prima opera sinfonica della storia del rock. Per me si è trattato di un'esperienza irripetibile, anche perché è difficile aspirare a far parte di un'orchestra sinfonica, soprattutto se si suona il sintetizzatore. La più grande difficoltà all'inizio è stato l'approccio: suonare all'interno di un'orchestra è qualcosa di completamente diverso rispetto alle abitudini di chi come me proviene dai gruppi rock. In orchestra i musicisti sono degli strumenti in mano al direttore. L'obiettivo è dare esattamente l'interpretazione della partitura che vuole dare il direttore d'orchestra, dalle legature, agli accenti, ai frequenti cambi di dinamica, difficilissimi da gestire negli strumenti elettrici. Detta così può sembrare una cosa banale, ma trovarcisi è un'altra cosa. Provavamo i crescendo migliaia di volte con il maestro Claudio Micheli... e poi con Vittorio che è un perfezionista incredibile: una volta riuscì a tenerci in teatro quattordici ore consecutive per fare un sound check! L'unico aspetto triste di questa esperienza è che attualmente è ferma da più di un anno: un progetto del genere, come tanti altri nel mondo della cultura, non può sopravvivere senza un finanziamento pubblico.

Il rock spiegato ai non addetti ai lavori.
Viviamo un'epoca tristemente tanto reazionaria e individualista quanto disinibita, lontana anni luce dai fermenti che hanno animato la rivoluzione culturale degli anni sessanta che fece esplodere il rock. Sono passati quarant'anni da Woodstock e troppe cose sono cambiate. Non ho mai sopportato l'atteggiamento manierista di chi nel 2009 pensa ancora che rock significhi rotolarsi sul palco come Hendrix o spaccare gli amplificatori come facevano gli Who. Queste cose forse avevano qualche senso inquadrate nel loro contesto storico. Anche i jeans a zampa d'elefante sono stati il simbolo di una protesta generazionale, ma quando li vedi su una passerella di alta moda, firmati dai più famosi stilisti, è evidente che hanno esaurito il loro scopo. E questo è un po' quello che successo anche al rock. Se si vuole mantenere lo spirito anticonformista, bisogna adeguarlo all'attuale ordine costituito. Nell'epoca della riforma Gelmini e della spazzatura che ci propinano in televisione, forse è più scandaloso leggere Nietzsche su un palco che spaccare una chitarra.

Che consiglio daresti a chi come voi si riunisce col desiderio di suonare?
Per fare musica bisogna avere qualcosa da dire e trovare il modo giusto per dirlo. Bisogna suonare, ma anche ascoltare tanto. Cercare di orientare la propria produzione verso gli stili musicali che si sentono più vicini alla propria sensibilità, non commettere l'errore di fare il contrario per adattarsi alla moda o al gusto di chi ascolta. Soprattutto nel lungo periodo, essere se stessi è l'unico modo per raggiungere i propri obiettivi.

Quali sono i musicisti che amate di più?
Questa è una domanda un po' difficile, perché da questo punto di vista sono fortemente schierato a favore della "poligamia". Per quanto mi riguarda ce ne sono veramente tanti. Personalmente tra i pianisti che sto ascoltando più spesso in questi ultimi mesi ci sono Chick Corea, Keith Jarrett, Stefano Bollani, oltre al nostro Vittorio Nocenzi. Provo a rispondere anche a nome degli altri: Emanuele De Marzi sicuramente adora gli sperimentalismi vocali di Demetrio Stratos ma anche la voce espressiva di Fabrizio De André, completamente priva di tecnica. Leonardo Bevilacqua va pazzo per le poliritmie dei Meshuggah e per lo stile batteristico di Virgil Donati. Mirko Mazza e Pierfrancesco Portelli rappresentano invece l'anima più metal della band, ma anche loro evitano di asserragliarsi nelle ristrette mura di un genere musicale. Per fare un esempio pratico, è un po' come quando si sente dire da qualcuno che preferisce le bionde o le brune: non mi permetto di criticare i gusti di nessuno, ma credo che nelle donne, un po' come nella musica, la bellezza sia un concetto complesso da ricercare trasversalmente.

 



SENZA NOME
Band dei Castelli Romani

Emanuele De Marzi: voce e chitarra
Stefano Onorati: Tastiere
Piero Portelli: Basso
Mirko G. Mazza: Chitarra
Leonardo Bevilacqua: Batteria

Per la rubrica A come artisti - Numero 86 novembre 2009