Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Castelli mon amour

...E Roma slargò alla luce del mattino

Cantiere a roma

Il primo viaggio, fantastico e indimenticabile, che feci da Albano all'Urbe, fu sul 'carretto a vino' di mio padre. Dopo il pensionamento del suo forte e cocciutissimo mulo Bicchierino, così detto perché si metteva in moto solo dopo aver bevuto un bicchierotto di vino, Feliciano comprò un cavallo sauro, che io ricordo enorme, potente come un treno.
A notte fonda, dopo la guerra (credo nel '47: avevo otto anni), papà permise alla mia ghiotta e insaziabile curiosità di placarsi. Salii dentro la chiocciola, con lo stupore tipico di certi bambini, nel buio stellare di una notte senza luna. Penso fosse primavera, perché ero coperto dall'unico maglioncino di cui disponeva il mio abbigliamento. Il cane correva fra le grandi ruote del carro. Alla sinistra di mio padre pendeva una lanterna a petrolio. Il volto sempre luminoso e sorridente di Feliciano dai folti baffi biondi, mi incoraggiò, con un cenno, a godere di quest'avventura. Mi sembrava un percorso infinito, solitario di profumi provenienti dalle vigne e dai prati a fianco della via Appia.
Era talmente lontana Roma, che la mia fantasia di fanciullo pensava di arrivarci dopo giorni e giorni di trotto. Ricordo che, finita la discesa, da stradine immissarie, incrociammo altri carri provenienti forse da Marino o da qualche campagna fra la strada e il mare. Pian piano che ci avvicinavamo alla mèta, si formò una lunga fila di cavalli ritmanti e di 'linterne' ora fioche ora sobbalzanti al ritmo delle ruote... e i cani abbaiare fra loro come rimandi sonori di saluti arcaici...
Roma slargò, alla luce del mattino, nell'aria fredda e un po' grigia nonostante la stagione, i suoi palazzi e le sue mura immense, le tante chiese e le strade larghissime ombreggiate da pini e platani maestosi.
Chiesi incredulo a mio padre: "Già siamo arrivati?", e lui: "Quando siamo partiti da Albano era notte; adesso è l'alba..."
Mi accorsi -ne ebbi un sentore che solo dopo decenni si affievolì - che a distanza relativa, certamente non grande, qualcosa di profondamente significativo cambiava: a quei tempi Roma era la città per eccellenza mentre i Castelli rimanevano paesini campagnoli.
Feliciano sistemò il cavallo e il carretto proprio davanti all'osteria: era vuota la strada. Non ricordo il luogo esatto, ma un silenzio simile a quello dei viottoli di Albano dopo il tramonto, mi stupì. Avevo sentito dire da mia madre, vissuta nella Capitale dalla fanciullezza alla gioventù, che tutto era diverso nella città Eterna. Ma quando vidi l'oste che pareva il sosia di un vignaiolo della mia zona, i Sampàveli, rimasi frastornato dalla constatazione d'una diversità di atmosfere spaziali ma dalla similitudine degli esseri viventi
Quella lontana mattina del '47, facendo ora un calcolo approssimativo, il carretto carico di barili (diciamo 500 kg di peso del solo vino) fu trasportato nei pressi di san Giovanni in tre ore. Al ritorno, col sole in faccia che si alzava limpido e grandioso da Monte Cavo, alleggeriti del carico, credo che in molto meno giungemmo alla fine della salita dell'Appia.
Quando la sera, seduti in cerchio sul selciato libero dalle macchine, su ai Sampàveli, raccontai quell'avventura ai miei compagni di gioco e di scorribande, sgranarono le orbite in un'attenzione che avrebbe fatto invidia alla nostra maestra, disperata per il nostro essere assenti dalla scuola pur sedendo nei banchi. Ma il solito guastafeste chiese se avevo visto i "scensori", cioè gli ascensori di cui nessuno di noi aveva sentito mai parlare prima. Al mio no, mise in dubbio la verità del racconto e tutti mi furono contro, perché Paolino dava uva e pane imburrato a chi stava dalla sua parte. Appresi troppo presto che il mondo si muove sull'interesse e spesso sulla corruzione, ma lì per lì cercai di difendermi come potevo, fino a che la fortuna fu dalla mia: passò papà che portava il cavallo ad abbeverarsi alla fontana. Fu uno della cricca a domandargli se fossi stato con lui alla mitica Roma. Il sì di Feliciano era oro colato: aveva parlato un adulto. Allora Paolino chiese di essere invitato anche lui al prossimo viaggio, ma la volta successiva che scesi alla Capitale fu col tram. E il tragitto arioso, pieno di profumi che entravano dai finestrini aperti, mi ricordava il più lento e poetico carretto a vino. Mi meravigliò assai che in un'ora esatta fossimo davanti alla Casa del Passeggero a Termini. Tuttavia, se dovessi scegliere quale degli spostamenti all'Urbe o nei Castelli prese maggiormente la mia immaginazione di fanciullo alla soglia dell' adolescenza, dopo la discesa col cavallo sauro a Roma viene la salita a Rocca di Papa. Oggi questo paese di alta collina è raggiungibile in pochi minuti con la macchina, ma sessant'anni fa o poco meno, richiedeva un viaggio di un paio d'ore circa.
Prendemmo il tram ad Albano, diretti a Marino. Per tutte le Gallerie di Sotto, il convoglio rumoroso ma affascinante corse molto più in basso della strada, riemergendo a Castel Gandolfo. A Marino affrontò una curva a gomito in salita, ed apparve il paese dei mie avi paterni. A Marino scendemmo per prendere la 'coincidenza' di un tram proveniente da Roma e diretto a Valle Violata. C'era tempo, e Feliciano si imbucò in un'osteria a parlare con Felicetto Tisei, suo amico della 'Sinistra Cristiana', e trattarono di politica mentre io adocchiavo un gatto che aveva afferrato al volo un topo immenso, e giocava con lui come nella vecchia favola di Esopo.
Oggi guarderemmo l'orologio di continuo per controllare il ritardo o la puntualità d'un mezzo pubblico. Allora, il concetto di tempo era diverso. Lo stress dei nostri giorni era sconosciuto. Fu così che perdemmo la 'coincidenza' per la Rocca, ma l'attesa del prossimo tram non fu un problema. Quando da Valle Violata salimmo sul vagone che proveniva da Roma alla volta della Rocca, il panorama mutò, e l'aria frizzante delle colline più alte delle nostre mi mandò un senso di tenerezza come quando salivo dai nonni materni ad Orvinio, in Sabina, a mille metri. Adoro il freddo: esso mi esalta. Così, la sera che calava rapida sul Monte Cavo, avvolgeva di mistero quello sferragliare verso l'ignoto. Ma la più grande emozione fu quando, scesi dal convoglio, salimmo sulla funicolare.
Non l'avevo mai vista prima. Fu una scoperta indescrivibile, mista a paura e a stupore: un mondo nuovo si apriva ai miei occhi, mentre il lago che scorgevo sempre dai cappuccini di Albano mi appariva dall'altra costa in un complesso visuale diverso. E fummo alla piazza di Rocca di Papa, fresca da richiedere di alzare il bavero della giacchetta.
Oggi, forse, la velocità e le "scorciatoie" automobilistiche rendono più facile il viaggiare, ma io credo fermamente che tolgano fascino alla scoperta di luoghi che solo la lentezza del camminare o del trotto equino imbalsamano nell'immaginazione. In questa luce vanno rilette le stupende descrizioni che autori grandi (da Stendhal a D'Azeglio, da Goethe a Belli, da Andersen a D'Annunzio) fanno dei nostri amati Castelli Romani.

Per la rubrica Castelli mon amour - Numero 105 ottobre 2011